Bacon – Giacometti alla Fondazione Beyeler

Bacon – Giacometti alla Fondazione Beyeler

Fino al 2 settembre 2018 la mostra  Alberto Giacometti e Francis Bacon saranno i protagonisti alla Fondation Beyeler.

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Due eminenti protagonisti dell’arte moderna del Novecento, che furono in egual misura amici e rivali e le cui visioni creative hanno fortemente influenzato gli esiti artistici della seconda metà del XX secolo e ancora oggi mantengono la loro forza di suggestione. È la prima volta in assoluto che un’esposizione museale si incentra congiuntamente su queste due personalità artistiche mettendo in luce il loro reciproco rapporto.

Sebbene a prima vista le loro produzioni appaiano assai diverse, l’inedito raffronto tra i due artisti fa emergere convergenze stupefacenti. La mostra allinea opere chiave famose, integrate da lavori raramente visibili al pubblico. Spiccano una serie di gessi originali dal lascito Giacometti, mai esposti prima d’ora, nonché quattro grandi trittici di Bacon. Uno spazio multimediale offre una visione spettacolare degli atelier dei due artisti. La mostra è organizzata dalla Fondation Beyeler in collaborazione con la Fondation Giacometti di Parigi.
Il pittore britannico e lo scultore svizzero si conobbero agli inizi degli anni 1960 grazie a un’amica comune, la pittrice Isabel Rawsthorne. Nel 1965 erano entrati in confidenza a tal punto che Bacon visitò Giacometti alla Tate Gallery di Londra mentre questi stava allestendovi una sua personale.

Diverse immagini scattate dal fotografo inglese Graham Keen documentano l’incontro e ritraggono i due artisti immersi in un vivace scambio di idee. Oggi, più di mezzo secolo dopo, i due grandi maestri si ritrovano alla Fondation Beyeler, ed è proprio da quel doppio ritratto fotografico che la mostra prende avvio.
Un raffronto inedito rivela stupefacenti analogie
Da una messe ricca di circa 100 opere i curatori Catherine Grenier, direttrice della Fondation Giacometti di Parigi, Michael Peppiatt, esperto di Bacon nonché amico personale dell’artista, e Ulf Küster, curatore presso la Fondation Beyeler, fanno emergere inaspettate analogie: Bacon e Giacometti condividevano una fede incrollabile nell’importanza della figura umana. Si sono occupati intensamente del ruolo della tradizione, infatti entrambi studiarono, copiarono e parafrasarono i maestri antichi. Tutti e due affrontarono la sfida posta della rappresentazione bi- e tridimensionale dello spazio, per cui introdussero nei loro lavori strutture simili a gabbie al fine di isolare le figure nel loro ambiente. Per di più entrambi lavorarono sul motivo del corpo frammentato e deformato e si dedicarono ossessivamente al ritratto e alla
rappresentazione dell’individualità umana che tale genere implicava. Ciascuno dei due si proclamava «realista». E sebbene facessero sempre riferimento alla figura umana, ne portarono all’estremo l’astrazione, ognuno a suo modo. Bacon e Giacometti giunsero così a mettere in dubbio l’opposizione tra figurativo e
astratto, che tanta parte ebbe nella storia dell’arte moderna.

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Nelle nove sale della mostra che procede per sezioni tematiche i lavori di Bacon e Giacometti si presentano accostati, a rivelare le differenze ma anche le similitudini; si sottolineano peculiarità, ad esempio i colori spesso brillanti in Bacon e i toni di grigio fortemente differenziati tipici dei lavori di Giacometti. Il percorso
espositivo comincia con i ritratti della pittrice Isabel Rawsthorne, intima amica dei due e, per un certo periodo amante di Giacometti. Essa ha posato per entrambi, e per tutti e due era una musa. Entrambi raffigurarono Rawsthorne esagerandone le caratteristiche in maniera singolare: osservata da svariate distanze nel caso di Giacometti e messa in scena da Bacon come una «femme fatale» dai tratti di furia.
Per tutta la vita i due artisti si interessarono alla rappresentazione di figure nello spazio, Giacometti nella tridimensionalità delle sculture, Bacon nella bidimensionalità dei dipinti. A questo aspetto della loro produzione artistica è dedicata la sala successiva. Giacometti costruì una serie di intelaiature, tra cui una chiamata La Cage (1950) visibile sia nella versione in gesso sia nella fusione in bronzo. Sono in mostra anche altre due strutture spaziali di Giacometti: la leggendaria Boule suspendue (1930), una delle sue più famose sculture surrealiste, tanto semplice quanto carica di suggestioni erotiche da accendere la fantasia di generazioni di appassionati d’arte, e il gesso originale di Le Nez (1947-49), una testa appesa in una struttura di filo metallico, irrigidita in un grido e dal lunghissimo naso che ricorderà inevitabilmente
all’osservatore il burattino di legno Pinocchio.

Sull’altro fronte sta Bacon, che spesso collocava le sue figure dipinte in una costruzione spaziale illusionistica per meglio metterle a fuoco, secondo quanto disse una volta. In ogni caso questo espediente
faceva sì che i quadri apparissero «estremamente scultorei», come osservò Louise Bourgeois. Più di ogni altro in questa sala colpisce un lavoro di Bacon raramente esposto dal titolo Figure in Movement (1972), proveniente da una collezione privata, al cui centro spicca una creatura antropomorfa indefinibile che proprio per via della «gabbia» in cui è rinchiusa appare straordinariamente dinamica e di grande plasticità.
Le strutture spaziali in cui molte figure di Bacon sembrano imprigionate simboleggiano la reclusione dell’uomo nella costrizione e nella repressione, una condizione che si trasforma in grido lacerante. Ed è questo il tema della sala seguente. Partendo da due modelli storici Bacon ha continuamente indagato le forme espressive delle costrizioni interiori, del dolore fisico e di quello psichico. Da un lato si lasciò ispirare dal ritratto di Velázquez Papa Innocenzo X (1650), che gli pareva un’icona rappresentativa della repressione e dell’abuso di potere. Dall’altro lato parafrasò il notissimo fotogramma del film La corrazzata Potëmkin (1925) di Sergei Ejzenstejn che immortala l’infermiera urlante colpita all’occhio da una pallottola.
Molto di frequente Bacon ricombinava i due modelli, per esempio nel dipinto qui esposto Study for Portrait VII (1953) del Museum of Modern Art di New York e nel quadro Figure with Meat (1954) proveniente dall’Art Institute di Chicago.

Ai quadri di Bacon fa da contrappunto una selezione di ritratti dipinti o modellati più tardi da Giacometti.
Se l’espressività e l’estroversione compulsiva della produzione di Bacon catalizzano immediatamente l’attenzione dell’osservatore, i ritratti di Giacometti sono contraddistinti da una riservatezza non meno ipnotica: anche queste persone raccontano storie di coazione e sembrano portarsi dentro le pressioni che l’artista esercitava sui suoi modelli, da lui obbligati a un’assoluta immobilità. Tale imposizione si ritorceva anche contro Giacometti stesso che – maledicendo la sua supposta incapacità – riprendeva continuamente il lavoro sugli stessi quadri, finché i ritratti non si raddensavano e si riducevano radicalmente, come risulta in Annette assise dans l’atelier (1960 ca.), un prestito della Fondation Giacometti di Parigi.
Il protratto fallire di Giacometti era programmatico. Non avesse avuto costantemente la sensazione di non riuscire gli sarebbe probabilmente venuto meno l’impulso di continuare. Il lavoro rappresentava in buona parte per lui anche il tentativo di superare se stesso, quasi volesse punirsi per essere un artista. Ciò valeva ugualmente per Bacon, anche se nei suoi quadri l’aggressività parrebbe piuttosto rivolta all’esterno.
Il genere nel quale le ossessioni artistiche e la lotta di entrambi per definire il proprio personale concetto di realismo si manifestavano con maggiore efficacia era chiaramente il «ritratto». Nella sala che segue sono messi a confronto una serie di sculture di Giacometti – specialmente gessi originali – e ritratti di piccolo
formato eseguiti da Bacon. Tra essi si trovano quattro piccoli trittici, un’idea che Bacon ha mutuato dagli altari a portelli medievali. Essi gli dischiusero la possibilità di riprodurre ancora più sfaccettature dei suoi modelli giungendo a una forma di estraniamento dei medesimi. Pure esposta in questa sede è una delle più famose opere tarde di Giacometti: il gesso originale di Grande tête mince (1954), che in realtà ritrae il fratello Diego. L’opera, piatta e voluminosa al tempo stesso, gioca con la bi- e tridimensionalità e di conseguenza con i principi della pittura e della scultura. Proveniente da una collezione privata e raramente esposto, spicca in questa sala tra i quadri di Bacon il Self-Portrait del 1987, dall’espressione assente.

La sala successiva offre allo sguardo dei visitatori dapprima un gruppo di figure femminili stanti di Giacometti, in maggioranza facenti parte delle Femmes de Venise create dall’artista nel 1956 per la Biennale di Venezia. Le figure appaiono come punti di forza estremamente concentrati e raccolti: le superfici scabre e frammentate sono indefinite e trasmettono una sensazione di quieta dinamicità. Tali suggestioni promanano ancora di più da quelle figure che Giacometti concepì al principio degli anni 1960 per la Chase Manhattan Plaza di New York, un progetto che però non fu mai portato a termine. L’opera più significativa è qui la versione in gesso dell’iconico Homme qui marche II del 1960, in mostra assieme alla sua traduzione nel bronzo di proprietà della Collezione Beyeler.

A colpire l’attenzione in questa sala è la selezione dei notevoli trittici di Francis Bacon che sono accostati ad alcune composizioni singole di grande formato. Come Giacometti anche Bacon sembra aver voluto travalicare i classici confini del quadro: il suo obiettivo era la riproduzione della dinamicità, la resa di un
movimento che si comunicava all’osservatore, cosa per definizione impossibile in un’opera d’arte statica.
Notevole tra questi studi sul movimento in pittura è il trittico Three Studies of Figures on Beds (1972) della collezione della famiglia Esther Grether. Qui Bacon ricorre al motivo stilistico delle frecce roteanti che serve a sottolineare la direzione del movimento impresso alle tre figure avvinghiate e raggomitolate.
La penultima sala della mostra tematizza la coesistenza di intensità, passione e aggressività nell’opera di entrambi gli artisti. Le profonde ferite che gli attacchi di Giacometti con il coltello per modellare hanno lasciato sui suoi busti in gesso testimoniano di una grande aggressione esercitata forse contro il modello,
ma sicuramente anche diretta contro il proprio lavoro artistico e quindi contro se stesso, come ad esempio nel caso di Buste d’Annette IV (1962). Considerazioni analoghe si affacciano alla mente nell’osservare i dipinti di Bacon: i corpi e i volti sembrano essere stati scomposti e deformati con spietata disumanità. È curioso notare come ambedue gli artisti nelle loro opere abbiano scardinato consolidati canoni estetici. Ciò che qui Bacon e Giacometti rendono visibile sono i lati oscuri dell’esistenza umana.
Videoproiezioni e tecnologia multimediale per una spettacolare visita virtuale agli atelier Per Bacon come per Giacometti lo studio, piccolo e misero, era un posto speciale – un luogo del caos da cui scaturiva arte sublime. Lo spazio multimediale allestito nell’ultima sala e appositamente concepito per la mostra offre una visione affascinante di questi microcosmi, ricostruiti in grandezza originale sulla scorta di fotografie storiche. Due video avvolgenti del studio creativo di Amsterdam Christian Borstlap di «Part of a Bigger Plan» sono proiettati sulle pareti e sul pavimento consentendo di immergersi nei rispettivi atelier.

Francis Bacon’s 7 Reece Mews studio, London, 1998 Photo de Perry Ogden © The Estate of Francis Bacon. All rights reserved / 2018, ProLitteris, Zurich Photo : Perry Ogden / DACS / Artimag

Francis Bacon’s 7 Reece Mews studio, London, 1998
Photo de Perry Ogden
© The Estate of Francis Bacon. All rights reserved /
2018, ProLitteris, Zurich
Photo : Perry Ogden / DACS / Artimag

Erano ambienti privatissimi – Bacon non ammetteva visite nella fucina della sua creatività. Alle proiezioni fanno da sottofondo le voci di Bacon e di Giacometti, che parlano del loro lavoro e del loro studio. Le proiezioni audiovisive chiariscono le modalità di lavoro dei due artisti, dischiudendo una nuova dimensione della loro opera. Lo spazio multimediale della mostra «Bacon-Giacometti» è sostenuto dalla Fondation BNP Paribas Suisse, partner della Fondation Beyeler nella mediazione multimediale.

Ernst Scheidegger Giacometti en peignant dans son atelier à Paris, à côté La Grande Tête, Paris, ca. 1957 Photo de Ernst Scheidegger © 2018 Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich

Ernst Scheidegger
Giacometti en peignant dans son atelier à Paris,
à côté La Grande Tête, Paris, ca. 1957
Photo de Ernst Scheidegger
© 2018 Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich

Gessi originali dal lascito di Giacometti mai esposti al pubblico prima d’ora Le famose sculture in bronzo di Giacometti sono spesso precedute da una versione in gesso. La cosa in sé non ha nulla di straordinario e corrisponde al consueto procedimento seguito nella genesi di un’opera plastica. Tuttavia, la particolarità dei gessi giacomettiani risiede nel fatto che l’artista ne ha continuato la lavorazione fino al grado di opera d’arte autonoma, fornita di un valore che trascende l’essere meramente
una fase preliminare all’esecuzione della scultura in bronzo. Lo attestano tracce di raschiature, scalfitture e intagli, come anche la stesura di colore a tratti di pennello delicati. Alla Fondation Beyeler sono in mostra 23 di questi gessi rari, alcuni dei quali finora non sono mai stati esposti al pubblico a causa della loro fragilità, come per esempio Petit Buste d’Annette (1946). È presente anche il gesso originale di Homme qui marche II (1960), la cui fusione in bronzo si trova in collezione alla Fondation Beyeler, cosicché l’eccezionale modello e l’iconica opera compiuta si ricongiungono per la prima volta dopo decenni.
Quattro grandi trittici di Bacon Accanto a In Memory of George Dyer (1971), celebre opera appartenente alla Collezione Beyeler, sono in mostra altri tre imponenti trittici di Bacon. Tra questi un’opera cardine del periodo tardo, Triptych Inspired by The Oresteia of Aeschylus (1981), che documenta il confrontarsi dell’artista con la mitologia greca. Inoltre sono convenuti a Basilea Triptych (1967), proveniente dal Hirshhorn Museum di Washington, e Three Studies of Figures on Bed (1972), un trittico solo raramente esposto della collezione di famiglia Esther Grether, che consentono di affondare ulteriormente lo sguardo nell’opera di Bacon.

Ernst Beyeler amico di entrambi gli artisti
Intellettuali contemporanei come lo scrittore ed etnologo francese Michel Leiris, il critico d’arte e curatore ingelese David Sylvester o il poeta e scrittore francese Jacques Dupin avevano contatti personali con Giacometti e Bacon. Anche Ernst Beyeler li incontrò spesso e ne ricordava i modi gentili e piacevoli. Egli si adoperò soprattutto per un’ampia e diffusa conoscenza dell’opera dei due artisti: Beyeler partecipò in modo decisivo alla nascita della Fondazione Alberto Giacometti di Zurigo e nella sua galleria tenne due mostre di Giacometti, fungendo da intermediario per circa 350 opere dell’artista. Anche a Francis Bacon dedicò due esposizioni, e per le sue mani sono passati all’incirca 50 tra dipinti e trittici del pittore inglese.

Inoltre Bacon e Giacometti furono presenti rispettivamente in 8 e 38 collettive allestite nella galleria. Non sorprende, perciò, che le opere di Bacon e Giacometti siano pietre angolari della Collezione Beyeler: si pensi al gruppo di figure completo concepito da Giacometti per la Chase Manhattan Plaza, con il celeberrimo Homme qui marche II (1960), e al toccante trittico In Memory of George Dyer (1971) che Bacon dedicò al suo defunto amico. Quanto a Lying Figure (1969), pure appartenente alla raccolta, Bacon scrisse in una lettera a Beyeler che la riteneva una delle sue opere migliori.
Opere di Bacon in prestito da grandi musei e collezioni private importanti, opere di Giacometti provenienti quasi esclusivamente dalla Fondation Giacometti
Per l’evento espositivo sono giunte alla Fondation Beyeler opere di Francis Bacon concesse in prestito da importanti collezioni private e musei di tutto il mondo, tra cui l’Art Institute di Chicago, il Museum of Modern Art di New York e il Centre Pompidou di Parigi. I prestiti delle opere di Alberto Giacometti provengono in maggioranza dalla Fondation Giacometti di Parigi.
Catalogo con contributi di Ulf Küster, Catherine Grenier e Michael Peppiatt Correda la mostra un ampio catalogo, edito da Hatje Cantz, con testi di Ulf Küster, curatore presso lamFondation Beyeler, Catherine Grenier, direttrice della Fondation Giacometti di Parigi, Michael Peppiatt,
esperto di Bacon e amico personale dell’artista, nonché con altri contributi di Hugo Daniel e Sylvie Felber.

 

Bacon – Giacometti
29 aprile – 2 settembre 2018
Fondation Beyelel
Baselstrasse 101, 4125 Basel (CH)

 

Photo: © Alberto Giacometti estate / ProLitteris en Suisse, 2018

 

 


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