La Galleria Mascherino di Roma inaugura giovedì 19 settembre la mostra Arte e regimi 1960-1990, dedicata ai rapporti tra le neoavanguardie artistiche europee e i regimi totalitari del XX secolo.

In continuità con la precedente esposizione, Combat Art: Roma 1968-1978, la mostra propone una ricognizione sui legami tra arti visive e politica, attraverso il lavoro di Franco Angeli, Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli), Pablo Echaurren, Equipo Realidad,  Renato Mambor, Fabio Mauri, Mario Schifano, Joe Tilson e Giuseppe Tubi, artisti che hanno riletto a caldo o a distanza di alcuni decenni le realtà delle dittature novecentesche. Benché siano molteplici le pratiche e i linguaggi adottati da questi autori nell’entrare in relazione con le esperienze dei totalitarismi, la mostra mira a fare emergere alcuni fili comuni. Molti di questi artisti si servono infatti  nella loro pittura della mediazione fotografica, che diviene lo strumento elettivo per affrontare temi legati alla memoria personale e collettiva. Immagini fotografiche prelevate da quotidiani e rotocalchi e rielaborate pittoricamente sono alla base di molte delle opere in mostra: dal ritratto fotografico di Lenin realizzato alla fine degli anni Sessanta da Mario Schifano, ai montaggi fotografici della storica immagine di Che Guevara assassinato eseguiti nel 1969 da Joe Tilson. Uno scatto fotografico è all’origine anche del grande quadro, esposto in Italia e vincitore del Premio Michetti, dipinto nel 1974 da Equipo Realidad, gruppo spagnolo fondato da Joan Cardells e Jorge Ballester a Valencia nel 1966. L’opera ritrae un gruppo di legionari franchisti appena scesi da uno Junker 52 di ritorno da un viaggio dall’Africa a Siviglia, nel luglio del 1932. Il volto di uno dei soldati è coperto da un rettangolo di pittura nera, in riferimento alla censura operata sui ritratti dei personaggi divenuti invisi al regime di Franco.

La decostruzione delle tecniche di propaganda usate dai totalitarismi è alla base delle quindici tavole stampate in offset e serigrafia appartenenti al progetto Manipolazione di cultura (1971-1976) di Fabio Mauri, artista che più di tutti in Italia ha indagato i nessi tra arte e ideologia. Il lavoro è incentrato sull’appropriazione di foto tratte dal repertorio iconografico del nazismo e del fascismo, decontestualizzate e rielaborate graficamente attraverso la giustapposizione di simbolici monocromi neri e di didascalie in italiano e in tedesco che, nel rapporto con l’immagine, si caricano di significati sinistri, riportando l’attenzione sulle capacità dei regimi di servirsi delle nuove tecnologie e dei mass-media per addomesticare le coscienze critiche.

Memoria personale e memoria storica si fondono nel lavoro, anch’esso basato su immagini fotografiche poi elaborate pittoricamente, di un altro protagonista della scena romana degli anni Sessanta, Renato Mambor. Nell’opera 1945 La fontana di via Barletta, esposta nel 1969 alla galleria La Bertesca di Genova, Mambor si ritrae nell’atto di compiere piccoli gesti come riempire un fiasco d’acqua o tracciare con il gesso delle linee sul pavimento. Queste azioni quotidiane fanno parte del bagaglio di ricordi infantili dell’artista; risalgono al periodo della guerra, quando ancora bambino andava a raccogliere l’acqua alla fontanella pubblica tra i soldati nazisti e per esorcizzare la paura inventava storie fantastiche. Le linee tratteggiate col gesso rappresentano la caratteristica forma quadrangolare dei sampietrini della pavimentazione originale, prima che fosse ricoperta dall’asfalto.

Sulla simbologia del potere si incentra tutto il lavoro di Franco Angeli, presente in mostra con un “Cimitero nazista” del 1962, dove decine di svastiche riempiono per intero la superficie dell’opera. Angeli – il peintre moraliste, secondo la bella espressione di Maurizio Fagiolo dell’Arco – si fa interprete dei traumi della guerra: «Senza tante metafore», scrive l’artista, «io ho visto veramente le fosse Ardeatine, ho visto l’orrore, la gente buttata sui camion… La materia per me è un frammento di questa enorme lacerazione che ha travolto l’Europa».

Sull’ideologia dei totalitarismi e sulle sue ripercussioni torna a riflettere Giuseppe Tubi negli anni Novanta, attraverso la rielaborazione digitale di un’immagine di Ezra Pound, ritratto mentre alza il braccio nel saluto fascista al rientro in Italia dopo la prigionia. All’immagine di Pound, Tubi associa la definizione del futurismo tratta da un celebre testo scolastico pubblicato negli anni Settanta, in cui il movimento d’avanguardia viene letto negativamente per i suoi legami con il fascismo. In questo lavoro, l’artista intende riportare l’attenzione sulla relazione ambigua tra biografia e opera, sui confini tra etica ed estetica, e sulla natura contingente e mutevole della fortuna critica di un’opera o di una corrente artistica. Pablo Echaurren invece si confronta in un’ottica concettuale, non priva di accenti ironici, con il culto maoista e la sua rilettura nella scena politica e artistica italiana dell’inizio degli anni Settanta. Durante il decennio Echaurren, ancora ventenne ma con alle spalle importanti mostre in spazi pubblici e privati, prenderà parte all’esperienza degli indiani metropolitani, vivendo dall’interno la stagione politica e culturale del ’77.

All’ideologia maoista sono dedicate anche le opere di Tomaso Binga, appartenenti alle serie Saper leggere (1978) e Donne e soldati (1981), nelle quali immagini legate all’iconografia maoista, in particolare al ruolo della donna nella società cinese dell’epoca, sono giustapposte agli elementi grafici del suo Dattilocodice, derivati da una sovrapposizione di battute dei segni della macchina da scrivere, con il fine di trasformare il linguaggio canonico, declinato al maschile e percepito dall’artista come inautentico, attraverso la ricomposizione di un alfabeto che mira in una prospettiva di genere a “una nuova definizione ideografica del segno”.

In linea con gli obiettivi della galleria di presentare insieme ai dipinti anche documenti, opere grafiche e materiali della cultura visiva del XX secolo, accanto al lavoro di Mauri, sono esposti il manifesto cinematografico di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), ultimo film scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, insieme al dipinto originale censurato da cui fu tratta l’affiche, e al bozzetto eseguito dal cartellonista Angelo Cesselon per la locandina italiana del film di Pasolini Porcile (1969). Entrambi i dipinti vengono esposti qui per la prima volta.

Opere in mostra di Franco Angeli, Tomaso Binga, Pablo Echaurren, Equipo Realidad,  Renato Mambor, Fabio Mauri, Mario Schifano, Joe Tilson e Giuseppe Tubi.

Mario-Schifano-Lenin-196912

 ARTE E REGIMI 1960-1990
Inaugurazione 19 settembre ore 18.30
Dal 20 settembre al 9 novembre 2019
Galleria Mascherino
Via del Mascherino 24
00193 Roma

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