Caty Forden è un’artista americana che vive e lavora a Berlino. Con i suoi dipinti di spazi urbani, la pittrice regala un intimo ritratto delle città in cui ha vissuto, offrendo un punto di vista riconoscibile e familiare ad occhi autoctoni.

L’identità esposta di luoghi temporanei, catturata nei suoi dipinti, si muove oltre il tempo e lo spazio: con edifici e cantieri in costruzione, gli spazi urbani di Caty testimoniano in un’immagine ferma l’impermanenza e la fuggevolezza di ciò che non è destinato a rimanere, ma piuttosto a mutare. Questi “siti temporanei”, tuttavia, diventano essi stessi testimonianza di un momento fermo nel tempo e del ricordo e dell’emozione che li lega alla memoria della pittrice.

Caty nel suo studio a Berlino (PH: Nigel Willox)

I colori vividi e intimamente personali illuminano luoghi che passano solitamente inosservati e di cui non si noterebbero i dettagli. Il contrasto deliberatamente creato tra le aree in ombra e in luce, così come tra strutture complesse e distese vuote, nasce dalla sensazione generata nell’artista da quel luogo e dal bisogno di comunicarlo visivamente.

La realtà, trasformata in un insieme di “colori della luce“ diventa così un’opera che permette allo spetattore di dialogare con i ricordi e le esperienze della pittrice e con la sua identità, in continuo stato di divenire.

Urban Scenes, cantieri in costruzione a Berlino – Olio su tela. (PH: Nigel Willox)

Raccontaci qualcosa di te. Come hai iniziato a fare arte?

Fare arte è qualcosa che mi ha sempre fatta sentire a casa. Sono nata a Washington e cresciuta nel Maryland, ma grazie ai miei genitori, fin da piccola ho apprezzato e cercato di conoscere altre culture, paesi e lingue. Dopo aver terminato le scuole superiori ho studiato per un anno in Norvegia presso una scuola di artigianato e lingua locale, poi mi sono diplomata presso l’Art Institute of Chicago e ho vissuto per 14 anni in Italia. Ora vivo e lavoro a Berlino, in Germania. Mi sono spostata così tanto, che quando torno negli Stati Uniti mi sento in un certo senso “aliena”.

I tuoi quadri colpiscono per i loro colori vivaci.

Non mi sono avvicinata alla pittura e ai colori immediatamente. Al contrario: all’università ho studiato nel dipartimento di Print Media, con un focus in litografia. Ero molto affascinata da questo processo, la cui bellezza si colloca nel rapporto di resistenza tra olio e acqua e che richiede ottime abilità di disegno, che ho sempre amato. La litografia mi interessava perché mi permetteva di studiare il rapporto tra bianco e nero e ombra e luce, e come valorizzare quest’ultima. Con il tempo questo processo iniziò a non soddisfarmi più completamente, richiedeva molti passaggi e molto tempo, e volevo qualcosa di più immediato.

Quando hai iniziato quindi a dipingere?

La mia università incoraggiava i propri studenti ad interessarsi ad ogni forma d’arte, e fu così che verso la fine dei miei studi partecipai ad un seminario di pittura dove feci un incontro che mi cambiò la vita. La professoressa che lo tenne aveva un metodo – o meglio un modo di guardare al mondo – che fece scattare dentro di me un interruttore: finalmente iniziai a guardare a ciò che mi circondava come a un insieme di “colori della luce“. Capii immediatamente che potevo iniziare a dipingere.

Puoi spiegarci meglio cosa intendi con “colori della luce“ ?

È un modo di interpretare le forme e la luce, è una chiave di lettura della realtà che ho adottato. Ho sempre dipinto semplicemente osservando e mi sembrava sempre di non riuscire a trasferire in un’immagine quello che vedevo. Ero costantemente troppo preoccupata della realtà, osservavo le cose come “cose”. Mi dicevo: “quella è una finestra. Quello è un albero”. E così li dipingevo. Mi sentivo sopraffatta dalla sfida di trasferire su una superficie piana un corpo tridimensionale e soprattutto dall’uso dei colori. Sentivo di non saperli accostare o come trovare le differenze fra di loro.

Grazie a quel seminario, iniziai a guardare al mondo come a un insieme di “forme di colori”: non dovevo più preoccuparmi di catturare un albero o un edificio: scoprii di poterli guardare e pensare semplicemente ad una macchia di colore verde – che era l’albero – o al fascio di luce che colpiva un muro – che era quel muro, quel palazzo. Questo modo di vedere i colori e le forme le une accanto alle altre, come fossero un unico, mi ha aiutata incredibilmente. Mi ha dato coraggio. È stata la prima volta che ho sentito di poter passare alla pittura senza sentirmi sopraffatta.

Fotoautomatica , Photoautomat – Olio su tela. (PH: Nigel Willox)

Potresti farci un esempio concreto?

Il mio dipinto “Fotoautomatica”. È una delle rare vecchie cabine di foto istantanee in Italia. Qui sono stata attratta dal colore oltre che dal soggetto. In questo caso ho alterato i toni del grigio per far risaltare il giallo e per farlo risultare proprio come lo vedevo io. Ognuno vede i colori in modo differente: nei momenti della mia vita in cui sono tornata a dipingere dopo lunghi periodi di astinenza, mi sembrava di vedere più colori. Era una bellissima sensazione che non mi abbandonava per molto tempo. Un po’ come, dopo essere stata a lungo in barca, la sensazione di oscillare sull’acqua ti accompagna anche sulla terra ferma.

Cosa ti affascina del processo della pittura?

Dal punto di vista tecnico amo molto il modo in cui posso stendere il colore. Non dipingo sempre tutti i dettagli, a volte accenno alcune parti del soggetto. In alcuni tratti il colore è consistente, in altri è leggero e asciutto; e non è una scelta casuale. Mi faccio guidare dalla fisicità della tinta, dal suo peso, dalla sua leggerezza, liquidità, densità… e mi diverte molto. Dipingere e disegnare è qualcosa che percepisco come un atto estremamente fisico, non ci penso, viene da sé: questa manualità è ciò che mi da gioia.

Waterside Living -Olio su tela.

Cosa hai iniziato a ritrarre paesaggi urbani?

Ho iniziato a dipingere spazi urbani quando vivevo a Pistoia, in Italia. Ero affascinata dai suoi mercati settimanali, con i venditori schiamazzanti e le merci esposte. La sentivo come una parte significativa e distintiva della vita e dell’identità di quella città, nonchè un’esperienza molto diversa dalla mia quotidianità statunitense. Iniziai pertanto a ritrarla, a non volerla dimenticare. A volte dipingevo spazi che sarebbero presto cambiati, come vecchi edifici che sarebbero stati abbattuti e pensai fosse importante farlo prima che accadesse. Penso sia anche un modo per creare ricordi per me stessa. Ho vissuto in tanti posti e quando li dipingo genero un ricordo di me lì, in quel momento.

Come artista visivo osservo e registro istintivamente ciò che mi circonda attraverso il disegno e la pittura. Il fatto di essere un osservatore può generare sensazioni di straniamento, ma mi permette di concentrarmi su un momento in cui la luce o una certa macchia di colore hanno catturato la mia attenzione. Attraverso il processo pittorico mi collego con l’ambiente che mi circonda mentre esso assume un significato. I miei paesaggi urbani e gli oggetti che li riempiono sono per me ritratti di spazi, spazi di cui ho fatto eseprienza talvolta solo fugacemente, ma che mi hanno lasciato comunque forti impressioni.

Cantieri, edifici in costruzione… sembrano essere tutti luoghi “impermanenti”.

I cantieri e le strane attrezzature che li riempiono catturano spesso il mio interesse: i loro stati di impermanenza, il loro essere incompiuti, sembra rispecchiare il mio sviluppo come artista. In questo dipinto di un palazzo berlinese, per esempio, mi ha attratta il senso dello spazio ampio, piano e vuoto della sua facciata e la luce che lo illuminava. Penso che quello che abbiano in comune questi spazi urbani sia il senso di essere cose che cambiano o che stanno per cambiare, e ciò è legato alle mie esperienze personali. Questi siti di costruzione, con le loro macchine da lavoro e i cantieri, trasmettono un senso di trasformazione. Mi piace inoltre notare quello che le persone solitamente non notano: sono cose che sono qua ora, ma non si sa dove andranno.

Retro-fitted -Olio su tela

 

La fisicità e praticità dei tuoi soggetti è visibile anche nei tuoi acquerelli, per esempio nella serie Tools.

Gli oggetti che ho rappresentato hanno tutti una storia: gli attrezzi da giardinaggio, come le cesoie, ma anche le pinze e il coltello, per esempio, erano di mio nonno. Il raffinato bicchiere in vetro invece, di mia nonna. Mi sembra siano una fiduciosa proiezione delle loro personalità: lei era molto sofisticata mentre lui umile, pratico, semplice. Hanno anche un tratto identificativo rispettivamente maschile e femminile. La bilancia invece mi ricorda mia madre, a cui piace molto soppesare le cose ed essere accurata.

Possiamo definirti una ritrattista di oggetti?

Forse, non saprei. Dipingere un oggetto che appartiene a qualcuno, per me, è come farne il suo ritratto. Riconosci quella persona in quell’oggetto e nelle loro caratteristiche condivise. Lo preferisco a fare ritratti veri e propri. In questo ultimo caso cerco di dipingere solo persone che conosco, perchè ho familiarità con la loro struttura facciale, non sento alcuna pressione e sono disinibita. Per me dipingere uno sconosciuto è difficile, mi sento responsabile di dover dare loro una rappresentazione di ciò che si aspettano, di come si percepiscono.

Oltre ad essere un’artista, hai anche insegnato tanti anni.

Ho insegnato per molti anni sia a scuola che privatamente, ad adulti e bambini. Insegnare nelle scuole per me è stata un’esperienza significativa. Le classi erano molto grandi e c’erano pochi insegnanti rispetto al numero di studenti, come succede spesso. Alcuni bambini venivano da situazioni famigliari difficili e l’arte per loro rappresentava uno spazio dove potevano rifugiarsi ed esprimersi liberamente. È stato molto bello aiutare i miei studenti a sviluppare l’uso dell’immaginazione con più frequenza, fuori dalli schemi della didattica. Ho imparato moltissimo. Potrei dedicarmi all’insegnamento anche qua a Berlino, ma per il momento voglio concentrarmi sulle mie produzioni.

Alcuni ritratti dell’artista: Lauren, Sally, Bebe (Olio su tela)

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho appena aperto la mia galleria e studio personale qui a Berlino, inaugurata da qualche mese. Sul mio quaderno ho alcuni schizzi e collages di diari di viaggio. Mi piacerebbe continuare a lavorare sui paesaggi urbani berlinesi, ma anche americani e italiani, sempre come documentazione dei miei momenti in quei posti. Ho anche una serie di rappresentazioni di portoni italiani e berlinesi che amo molto. È un’idea del viaggio molto centrata sul concetto di “transito”. Sentirmi un’estranea quando viaggio mi aiuta ad osservare di più. Penso potrò eseguire alcuni lavori in quella direzione. Penso potrò eseguire alcuni lavori in quella direzione.

Se vuoi saperne di più, visita il sito di Caty Forden: www.catyforden.com

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