Post hoc di Dane Mitchell è un’opera in più siti commissionata dall’Arts Council della Nuova Zelanda per la decima presenza del paese all’Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.

L’opera meditativa di Mitchell affronta alcune delle più attuali questioni di oggi, quali il riscaldamento globale, il progresso delle tecnologie e la perdita delle storie e delle culture. Composta da una rete audio di installazioni scultoree, Post hoc trasmette un archivio elegiaco per Venezia dalla sede del padiglione della Nuova Zelanda. Diversamente dalla storia lineare del progresso che è alla base della maggior parte delle concezioni occidentali sul mondo, Post hoc mette in primo piano le storie di estinzioni, sviste e obsolescenze per sollevare la questione di come si possa dare forma al nostro futuro.

Nel padiglione della Nuova Zelanda presso la Palazzina Canonica (ex sede dell’Istituto di Scienze Marine CNR-ISMAR, partner dell’esibizione), Mitchell ha installato una camera anecoica, ovvero senza eco, per mandare in onda la sua trasmissione. Una voce elettronica presenta lunghi elenchi di fenomeni del passato composti da milioni di entità che l’artista ha ricercato e catalogato. Da specie di piante e mammiferi oceanici estinti a isole introvabili, vecchi inni nazionali, lingue dimenticate, metodi di comunicazione obsoleti, colori impossibili, archivi persi, leggi abbandonate e partiti politici tramontati, questi monumentali inventari fanno rivivere anche se solo per un istante storie ormai ridotte al silenzio.

I visitatori e gli stessi Veneziani avranno la possibilità di ascoltare le registrazioni una volta individuati i ripetitori di sei metri camuffati da pini e disseminati per la città in vari angoli suggestivi di Venezia. Prodotti in massa in una fabbrica che mimetizza artificialmente tecnologie di comunicazione, questi alberi ripetitori poco somigliano alla natura e insinuano invece che stiamo vivendo in uno stato di post-natura. I ripetitori sono collocati oltre i luoghi della Biennale, nei cortili della Palazzina, al Parco delle Rimembranze sull’Isola di Sant’Elena, all’Università IUAV di Venezia e all’Ospedale Civile di Venezia. Ognuno di questi spazi risuona con i poetici inventari di Mitchell in milioni di modi e ognuno aiuta a inquadrare la ricerca dell’artista sul nostro rapporto con il passato e con i sistemi di conoscenze e credenze.

Nato ad Auckland dove tuttora vive, Dane Mitchell ha trascorso oltre vent’anni creando opere che spesso rendono concreti o attirano l’attenzione su fenomeni intangibili, non visti e nascosti. In modo analogo, Mitchell ha affrontato miti culturali, credenze e strutture istituzionali, e perfino vapori acquei, profumi e, più recentemente, suoni. In Post hoc le sue parole magiche automatizzate acquistano anche una forma tangibile poiché contemporaneamente alla trasmissione audio i nomi dei fenomeni passati vengono stampati parola per parola su rotoli di carta all’interno della svuotata biblioteca storica della Palazzina Canonica e gradualmente e allusivamente ne riempiono gli spazi.

L’inventario di entità perdute è così ampio che per tutta la durata della Biennale Arte 2019 Post hoc non ripete mai i nomi trasmessi. Di fatto gli elenchi di Mitchell sono senza fine e incompleti e continueranno a crescere ben oltre la fine dell’esibizione. A volte meticoloso, arbitrario e soggettivo, il processo di compilazione degli elenchi si fonda anche sulla disponibilità e veridicità di testimonianze multiple; e qui Post hoc pone l’attenzione sul casuale processo di fabbricazione della storia e della conoscenza in questa era di post-verità. Post hoc, frase latina che si traduce in “dopo questo”, scollega ogni causalità tra gli eventi passati che elenca e qualsiasi responsabilità contemporanea e pone, invece, l’attenzione su una rete di temi ambientali, sociali, politici e culturali in continua crescita che pongono la questione su come si sia arrivati a questo momento critico e come si possa influenzare positivamente il futuro.

Voto Hestetika: 6,80

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