Dopo le due date di Milano, i Muse partono alla volta di Roma (20 luglio, Stadio Olimpico), facendo prima tappa a Bordeaux; poi a fine mese Portogallo e Spagna per la conclusione della prima parte del loro world tour, che sta conquistando gli stadi di tutto il mondo e riprenderà poi in settembre in Norvegia, per finire in Perù a metà ottobre.

Con “Simulation Theory” scadere nel trash o nel banale poteva volerci un attimo. E invece abbiamo assistito (venerdì 12 luglio) ad uno dei più bei concerti rock degli ultimi tempi, ennesima evoluzione (e vittoria) della band britannica più ‘alternative’ di sempre.

Tante le citazioni e gli omaggi alla storia del rock, e alla migliore iconografia fantascientifica dagli anni Ottanta ad oggi. Da “Tron” a “Ready Player One”, fino a “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, lo spettacolo non si è risparmiato nemmeno per un momento.

Due ore dense di musica, lungo una trentina di pezzi (sì, una TRENTINA!), dove le piene sonorità del terzetto capitanato da Matt Bellamy riempiono uno strapieno Meazza e invasano i suoi spettatori.

Il lungo palcoscenico nero, squadrato, sottolineato da autostrade di led stile astronave di “Star Wars”, che con la sua lunga lingua centrale taglia a metà il campo da calcio, sovrastato da enormi torri luci e da un gigantesco, immenso ledwall che sembra inghiottirti e fa sembrare tutti così piccoli, pare dire ‘ehi tu, sali e parti con noi’.

E noi siamo pronti: abbiamo ingoiato la pillola rossa e stiamo seguendo il Bianconiglio pronti a giungere fino al buco nero…

Con la scritta ‘We are caged in simulation’, subito seguita da ‘Rendering simulations’ che fa molto intro di “Matrix”, sulle note di “Algorithm” prendono corpo i tre membri della band – Matthew Bellamy, Chris Wolstenholme, Dominic Howard – sullo schermo prima in forma di scheletro luminescente, quindi sul palco in carne ossa e adrenalina: ha così inizio il nostro viaggio in una realtà altra, fatta di synth, elettronica, fasci laser come in un parco divertimenti, computer grafica (e che grafica!), coreografie, esoscheletri e robottoni degni di un film di Robocop o Terminator.

Tutto è amplificato ma mai esagerato, con una regia perfettamente bilanciata, secondo una scaletta che alterna i brani del nuovo album ai pezzi storici della band, come “Uprising”, “Plug In Baby”, “Time Is Running Out”, per dirne alcuni, che infiammano lo stadio.

Non manca nemmeno il momento ‘ballad’ con il frontman dei Muse al pianoforte (da sottopalco spunta pure quello) e le luci dei cellulari accese che illuminano tutto, prato e tribune fino al terzo anello, creando un’onda luminosa in un dondolio generale sulle morbide sonorità di Dig Down.

Finché non spunta da sotto il palco un gigantesco mezzo busto di mostro gonfiabile, redivivo Eddie caro agli Iron Maiden: da qui il concerto vira fortemente sul metal con un medley dalle tinte forti. È scontro tra titani. Il mostro impazza, sembra inghiottire tutti! Ma il capitano Matt impugna la sua chitarra purificatrice, la scaglia contro la mano artigliata e costringe la bestia a ritirarsi… ‘You and I must fight to survive’.

Con il riverbero di “Knights of Cydonia” ancora nelle orecchie ci accorgiamo che la spina del grande videogame è staccata, siamo tornati alla realtà e alle nostre vite, fino al prossimo concerto.

Scaletta:

Algorithm

Pressure

Psycho

Break It to Me

Uprising

Propaganda

Plug In Baby

Pray (High Valyrian)

The Dark Side

Supermassive Black Hole

Thought Contagion

Interlude

Hysteria

Bliss

The 2nd Law: Unsustainable

Dig Down

Madness

Mercy

Time Is Running Out

Houston Jam

Take a Bow

Prelude

Starlight

BIS:

Algorithm

Stockholm Syndrome / Assassin / Reapers / The Handler / New Born

Knights of Cydonia

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