“DOUBT” DI CARSTEN HOLLER ALL’HANGAR BICOCCA. IL DUBBIO NELLA DIALETTICA TRA OPERA E PUBBLICO.

“Doubt”, la personale dedicata a Carsten Höller e curata da Vicente Todoli presso gli spazi di Hangar Bicocca, suscita nel visitatore un dilemma fin dall’ingresso: da che parte andare?

Ad attenderlo infatti la prima installazione intitolata “Y” (2003) promette un’esperienza ludica che ricorda quella dei luna park, ma lo pone inaspettatamente davanti ad una scelta da effettuare per proseguire (o iniziare… altro quesito da risolvere) la visione della mostra. Un corridoio composto da un vortice di luci intermittenti lo invita a superare le sue incertezze, a decidere quale delle due biforcazioni seguire per raggiungere l’ignoto. Chiedersi cosa comporti lasciarsi guidare dal magnetismo del colore giallo (lato destro) oppure verde (lato sinistro) di “Division Walls” (2016) – la parete che propriamente nasconde la navata di Hangar ma che ne permette l’accesso attraverso le due relative aperture – costituisce l’oggetto ignoto dell’opzione da cui consegue inoltre la volontà di seguire o meno le orme di chi cammina davanti, e dunque seleziona prima. Varcare la soglia di una delle due significa trovarsi improvvisamente al buio, a camminare lungo uno dei corridoi stretti e chiusi intitolati “Decision Corridors” (2015), capaci di far perdere l’orientamento tra curve, salite e discese; unico varco di luce lo spioncino oltre il quale si può avere la fortuna di incrociare lo sguardo smarrito di un altro soggetto a cui è capitata una similare sorte all’interno del tunnel adiacente e speculare.

Quello che di primo impatto appare quindi come un gioco ilare a cui prendere parte, assume presto dei tratti incerti che condizionano i sensi del fruitore, parte attiva e fondamentale dell’opera stessa. La ricerca artistica di Höller (1961) è infatti incentrata sul coinvolgimento diretto del pubblico, sia come parte attiva (interagente con le installazioni) sia come parte passiva (osservatore dei comportamenti della parte attiva). Questo interessante studio nasce dall’approfondimento delle tematiche legate alla natura delle reazioni umane in seguito a stimoli esterni, agli esperimenti sensoriali e ai disturbi percettivi condotti dagli scienziati dalla fine dell’Ottocento ad oggi, con un’attenzione particolare alla loro relazione col comportamento individuale e sociale.
“Doubt” si spinge persino oltre, stravolgendo le aspettative che alludono al divertimento per condurre oltre esso, dove la sua esasperazione diviene motivo di noia e alienazione. Superato l’ultimo scoglio si accede di fatto alla grande navata che ospita due percorsi espositivi identici, simmetrici, divisi ma varcabili in più punti. Ciò che appare nell’insieme ha le caratteristiche di un parco giochi un po’ anomalo, anche solo per la sua collocazione in uno spazio dedicato principalmente all’arte.

Giostre e illusioni ottiche per mezzo di neon e specchi rotanti sembrano voler rimandare al mondo dell’infanzia, eppure non c’è alcun sottofondo musicale né lo zucchero filato. Lo stesso “Double Carousel” (2011) gira lentamente deludendo ancora una volta le aspettative di chi vi prende posto in attesa della spinta improvvisa di una forza centrifuga che non arriva mai. La grande macchina mobile “Flying Mushrooms” (2015), invece, si mette in funzione spingendo uno solo dei tanti bracci di cui è composta, consentendo un volo intrecciato di funghi sezionati e capovolti. Ma un’esperienza di volo è concessa anche a chi desideri sperimentare le “Two Flying Machines” (2015), non senza provare un minimo di imbarazzo una volta imbragati e sospesi a pochissimi metri di altezza dagli sguardi degli altri visitatori. Nell’ultima sezione, allestita nel Cubo dell’Hangar a cui si accede sempre oltrepassando varchi psichedelici, i due letti radiocomandati in lento e perpetuo movimento di “Two Roaming beds” (2015) attendono i loro ospiti per una notte intera da prenotarsi per tempo.

Considerata in quest’ottica, l’intera mostra sembra essere una grande scatola dentro la quale l’artista (o lo scienziato) può studiarci dall’alto come dentro a un laboratorio le cui cavie, per così dire, sono gli spettatori stessi non pienamente consapevoli della loro duplice funzione, di soggetti fruitori e oggetti fruibili. Un po’ come il topo che si può scrutare dall’alto dentro la sua gabbia di legno e vetro acrilico, “Mäuserplatz (Mice Square) white” (2010), utopico parco divertimenti in miniatura per bambini capace ancora una volta di mettere in dubbio il ruolo di chi osserva cosa.

Testo di Laura Luppi

  • Visione artistica 80%
  • Coinvolgimento 80%
  • Valutazione 80%

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