IL MITO DI FRIDA

L’arte si vende e si vede, solo se in mostra è un mito?

Questa domanda viene spontanea, di fronte alle file di visitatori che si apprestano ad entrare a Palazzo Albergati a Bologna, sede della mostra “La collezione Gelman: arte messicana dal XX secolo”. Collezione nata nel 1941, quando Jacques Gelman e Natasha Zahalkaha, due emigrati dall’Est Europa, si incontrano a Città del Messico. I coniugi diventano grandi mecenati, stringendo rapporti di amicizia con Frida Kahlo e Diego Rivera, nonché con Rufino Tamayo, Maria Izquierdo, David Alfaro Siqueiros e Angel Zarraga.

Frida risplende nelle pareti dello spazio espositivo bolognese: è un mito per il femminismo d’avanguardia, la forza controcorrente di intellettuale e donna, le vicissitudini di salute che la costringono a rinunciare alla maternità, l’estrema originalità nel vestirsi, che ne hanno fatto un’icona di stile anche per numerosi stilisti, da Valentino a Ferrè a Marras.

Il suo sguardo intenso, con le sopracciglia marcate e incolte, come sberleffo verso i canoni estetici, è una costante nelle numerose fotografie in mostra, eccezionali documenti storici che la ritraggono con il marito Rivera. La simbiosi tra i due, spesso motivo di amore e odio, di conflitti e profonde affinità anche intellettuali, è anch’essa una di quelle curiosità che intriga il visitatore. Diego a Parigi era un rivoluzionario e tentò nel 1917 di andare in Russia, ma lì, tra 1927-28, invitato per celebrare il decennale della rivoluzione, fu espulso per attività anticomunista. Nel 1929 anche il partito comunista messicano lo estromise accusandolo di essere vicino a Trockij. Quando avvenne il primo attentato al leader russo nel maggio 1949, Diego dovette fuggire negli Stati Uniti. In America, il paese che con disprezzo chiamava Gringolandia, realizzò i suoi noti murales, lui disobbediente ai capitalisti, ma da loro pagato. Enorme lo scandalo del 1933 quando si rifiutò di togliere l’immagine di Lenin dal murale commissionato al Rockefeller Center: Diego incassò i 21.000 dollari pattuiti e i Rockefeller poterono poi abbattere la sua opera.

In fondo, una tale irriverenza e un così grande potere d’artista non sono cosa comune. Il mito rifugge la normalità dei casi e affascina, non a caso, tutt’oggi.

Testo di Elena Giampietri

 

  • Visione artistica 77%
  • Coinvolgimento 90%
  • Valutazione 85%

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