SIMONA COZZUPOLI – Le sue parole chiave

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Simona Cozzupoli è una collezionista di micromondi miniaturizzati. Definire l’arte di Simona è difficile. Lei realizza scatole, bacheche, quadretti, raccoglie materiale e lo ricompone in scenari e mondi onirici, immaginari. Una collezionista di farfalle come di bamboline, souvenir di ogni genere, origami, carte o di piccoli oggetti che prendono una nuova vita nei suoi mondi immaginari.

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Ecco le sue parole chiave: 

Arte

L’arte è imparentata con la magia: l’uomo preistorico se ne serviva per ottenere il favore degli elementi naturali. Col tempo questo legame si è perso, di pari passo con l’allontanamento dell’uomo civilizzato dalla natura.

A mio parere l’arte ha il compito di recuperare quella componente magica arcaica. Deve cioè rivelare il mistero presente nel quotidiano e fornire un accesso alla dimensione ulteriore delle cose. Con il suo linguaggio poetico, che è fatto di simboli, metafore, analogie, miti, favole e archetipi, deve esprimere temi universali, restituendo all’uomo la dimensione del mistero e del mito propria dei popoli antichi.

Gli artefatti sono oggetti concreti che conducono lo spettatore a liberare la propria immaginazione, a recuperare la dimensione onirica, a “restituire legalità all’irrazionale” (Jan Svankmajer).

C’è un bel gioco di parole dello scrittore francese Raymond Queneau che mette in luce il rapporto tra il sogno e la rivelazione: “rêver et révéler, c’est à peu près le même mot”: sognare e rivelare sono pressappoco la stessa parola. Arte e sogno, a mio parere, non devono essere scissi.

Scatole

Nel mio immaginario la scatola è, prima di tutto, uno scrigno che contiene qualcosa di prezioso. È un contenitore nel quale custodire oggetti simbolici in grado di condurre l’osservatore dal piano materiale a quello metafisico. Il vetro che aggiungo nella parte anteriore trasforma le scatole in “bacheche”, avvicinandole concettualmente all’idea di teca o di reliquiario, permeandole così di un’aura sacra.

La scatola, inoltre, può anche essere una stanza in miniatura. Per questo le mie prime bacheche sono state “stanze dei giochi e delle meraviglie” nelle quali le bamboline sono circondate dagli origami in miniatura che tutti (o quasi) abbiamo fatto da bambini: barchette, uccellini, ventagli, centrini, aerei e omini di carta che si tengono per mano. Qui, come in tutto il mio lavoro, esprimo i temi del gioco, della meraviglia, dello stupore, dell’infanzia e delle origini dell’umanità.

L’espressione anatomica “scatola cranica” suggerisce l’idea di un legame tra la scatola e la memoria. Ognuna delle mie scatole funziona infatti come una mnemotecnica, cioè una tecnica di memorizzazione, usata sin dall’antichità, che sfrutta la memoria visiva per facilitare la naturale capacità umana di memorizzazione. Nelle mie bacheche ogni oggetto della composizione è simbolico e rinvia ad un concetto o ad un discorso che voglio ricordare e far ricordare allo spettatore. Il contenuto che creo per le mie scatole visualizza quindi un concetto astratto (e “prezioso”) da ricordare tramite oggetti concreti (e quotidiani). Secondo lo storico dell’arte indiano Ananda Coomaraswamy le opere d’arte sono infatti dei “sollecitatori della memoria”, oltre che dei “sostegni alla contemplazione”.

Inoltre la mnemotecnica deriva il suo nome dalla dea greca Mnemosine (la memoria), che è madre delle Muse, le quali sono protettrici delle arti: ecco chiarito il legame tra scatola, memoria e arte.

Concludendo, le scatole sono per me scrigni di sogni infantili, reliquiari di archetipi, microcamere delle meraviglie, mnemotecniche per ricordare i miti e contenitori di immaginazione.

L’artista Luigi Serafini, l’autore del celebre “Codex Seraphinianus”, ha definito le mie scatole “bellissime poesie portatili” e ne ha voluta una per sé.

 Stupore

Stupore-meraviglia-Wunderkammer-conoscenza.

L’importanza di questa parola-chiave risiede nella sua etimologia: “stupore” contiene lo stesso radicale “st” del verbo “stare”, nel senso di “stare fermi”, “arrestarsi”. Quando ci stupiamo, la reazione immediata è infatti quella di fermarci, storditi da un sentimento di timore e, allo stesso tempo, di curiosità. Anche la nostra consueta modalità razionale di interpretazione/percezione della realtà in quel momento entra in crisi, si arresta, lasciando spazio a un tipo di conoscenza intuitiva e preconcettuale. Ecco come lo stupore può essere  uno stimolo a conoscere. Fin dall’antichità, infatti, la meraviglia è considerata un accesso alla conoscenza: per Platone e Aristotele è all’origine della filosofia e per Lao Tzu, in Oriente, è “l’inizio di ogni comprensione”. In questo senso il filo conduttore del mio lavoro è la meraviglia. Mi piace immaginare tutte le mie opere come pezzi di una Wunderkammer: come supporti concreti che conducono lo spettatore metà ta physikà, “oltre le cose fisiche”, in una dimensione dominata da quello stupore continuo proprio del bambino piccolo e dell’uomo preistorico.

Alice nel paese delle meraviglie

Il mio primo incontro con la dimensione onirica di “Alice nel paese delle meraviglie” è avvenuto da bambina, con il film d’animazione di Disney, che ogni tanto amo ancora riguardare.

Il libro di Carroll l’ho letto da adulta e l’ho trovato entusiasmante per la comicità e per i riferimenti al pensiero orientale. I nonsense della Lepre Marzola e del Cappellaio Matto, così come le assurde regole vigenti nella realtà di “Al di là dello specchio” (che è il seguito de “Le avventure di Alice nel paese delle Meraviglie”) sono infatti esplicite allusioni al koan, una sorta di indovinello senza soluzione, posto dal maestro zen all’allievo.

Ho espresso questo gusto per il paradosso, tipico del romanzo, nel disegno intitolato “Alice nel Bosco delle Meraviglie”, dove il viso di un’Alice bambina sbuca dalle fauci dell’orco di pietra del Sacro Bosco di Bomarzo, sul quale è incisa la frase “Chiudi gli occhi e vedrai chiaramente”. Lo stesso concetto compare nella bacheca “Alice e il Bianconiglio”: “Dovete chiudere gli occhi, altrimenti non vedrete niente”. Ho tratto la frase dal lungometraggio “Qualcosa da Alice” del regista surrealista ceco Jan Svankmajer.

In Carroll, come in Svankmajer, il Paese di Alice appare come un’enorme Wunderkammer, una sorta di camera delle meraviglie all’aperto, popolata di personaggi bizzarri esibiti al lettore/spettatore come pezzi da museo di stranezze: il Brucaliffo, il Bianconiglio, le carte da gioco-soldati, i fiori viventi, ecc… C’è un passo, in “Al di là dello specchio”, che allude in maniera abbastanza esplicita a questa analogia tra il Paese delle Meraviglie e la Camera delle Meraviglie: la scena in cui il Leone si domanda se Alice sia un animale, un vegetale o un minerale e l’Unicorno gli risponde definendola “un mostro favoloso”. È stata questa definizione a ispirarmi l’idea della piccola bacheca “Alice nella camera delle meraviglie”, nella quale una bambolina bionda (Alice), circondata da naturalia e artificialia (come un corallo in campana di vetro, una raccolta di minerali, un erbario, una collezione di farfalle, tassidermie animali, un mappamondo, ecc.), esibisce se stessa come un pezzo della bizzarra collezione.

Bambole

Da bambina ho avuto molte bambole. Nella loro immobilità mi ricordano le statue e i manichini presenti nelle atmosfere sospese e misteriose della pittura metafisica. Usarle adesso nelle mie opere significa naturalmente rievocare l’infanzia e il suo senso di mistero.

Le bamboline souvenir sono quelle vestite con costumi tradizionali regionali o nazionali che da bambina, negli anni ‘80, vedevo negli autogrill durante i viaggi estivi. Chi ha la mia età credo che le ricordi: sono di plastica con gli occhi mobili o di pannolenci con gli occhi dipinti, piene di pizzi, cappellini e grembiulini in miniatura e con i capelli di colori diversi, tutte abbastanza kitsch.

Nelle mie bacheche simboleggiano una dimensione originaria dell’esistenza: non solo l’infanzia del singolo uomo, ma anche l’infanzia di tutta l’umanità nel suo complesso, cioè la preistoria, secondo una corrispondenza olografica. Qui la nudità delle bamboline simboleggia una dimensione ancestrale.

In alcune di queste scatole, che risalgono al 2015, c’è il tema della globalizzazione. Le bambole appaiono spogliate dei loro abiti tradizionali e posano immobili sullo sfondo di un planisfero, come in un finto tableau vivant. Il messaggio è un invito a riflettere sul paradosso del sistema in cui viviamo. La globalizzazione, infatti, per permettere a un numero crescente di persone di avere esperienze multiculturali (grazie all’accesso a cibi, abiti-abitudini e prodotti di ogni tipo provenienti da culture disparate), finisce di fatto per cancellare proprio le peculiarità di usi e costumi legati al territorio. Le bambole, come gli esseri umani, sono state spogliate di ogni loro caratteristica locale.

 Rebus

Il mio primo incontro con l’universo affascinante dei rebus è avvenuto da bambina, sfogliando “La Settimana Enigmistica” di mio papà. Mi piaceva scorrere con lo sguardo le figure che si susseguivano senza legame (o con infiniti possibili nessi fantastici) all’interno delle vignette, tra le misteriose lettere seminate qua e là senza un apparente motivo. Ero attratta da quell’impossibilità di dare un senso univoco alla vignetta: le singole immagini erano comprensibili, ma nell’insieme il tutto appariva assurdo. Proprio quell’assenza di nessi logici diventava per me un invito ad abbandonarmi all’immaginazione. A posteriori posso dire che osservare l’eterogeneità di quelle immagini era un po’ come stupirsi in una Wunderkammer.

Probabilmente da quella sensazione infantile (alla quale si è aggiunto in seguito l’incontro con la pittura metafisica di Giorgio de Chirico) sono nati i miei “Rebus oggettuali”, bacheche che presentano oggetti tridimensionali al posto della loro rappresentazione grafica e lettere oggettualizzate in cubi di legno.

Ogni rebus, per sua stessa natura, è un collegamento tra piani diversi della realtà: si presenta sul piano dell’immagine per rinviare a quello della parola, senza alcun legame logico tra i due.

Giocando con rimandi tra immagini e parole, il rebus coinvolge entrambi gli emisferi del cervello di chi cerca di risolverlo: quello sinistro specializzato nei processi linguistici e quello destro preposto alla percezione delle immagini.

I miei rebus, comunque, non chiedono necessariamente di essere risolti, ma si offrono anche allo sguardo di chi, intimorito, dichiara di non essere bravo con i rebus: mi piacerebbe che lo spettatore provasse davanti a queste mie opere la stessa piacevole sensazione di libertà immaginativa provocatami dalle vignette della “Settimana Enigmistica” quand’ero bambina.

 Souvenir

I souvenir sono oggetti-ricordo che si acquistano durante un viaggio, a memoria dei luoghi visitati, ma possono anche essere condensazioni oggettuali di viaggi interiori. Tutte le mie bacheche, essendo anche delle mnemotecniche, sono souvenir di questi viaggi.

Le mie piccole scatole-stanze intitolate “Ricordo di viaggi” alludono in maniera esplicita a questo concetto. Contengono un mare e un cielo di carta con barchette origami piccolissime. Sono scrigni che custodiscono la memoria di meravigliosi viaggi simbolici attraverso il mare metaforico dell’inconscio. Viaggi compiuti all’interno di una camera senza mai uscirne, come accade a Ebdòmero, protagonista dell’omonimo romanzo dechirichiano, che definisce la sua stanza “un bellissimo vascello ove posso fare viaggi avventurosi degni d’un esploratore testardo.” Lo stesso concetto espresso da de Chirico si ritrova in Oriente con Lao Tzu: “Senza uscire dalla porta puoi conoscere il mondo”.

Circo

Le discipline circensi hanno radici arcaiche legate ad attività religiose, mistiche o sciamaniche e i suoi protagonisti hanno significati simbolici cosmici e relativi all’esistenza umana. Il giocoliere, per esempio, simboleggia l’uomo al centro dell’universo, cioè il Sole attorno a cui ruotano i pianeti, mentre il funambolo si muove simbolicamente tra alti pensieri e il suo esercizio fisico di equilibrio e giocoleria è un rito d’iniziazione. L’acrobatismo ha origini estatiche: le posizioni innaturali di chi lo pratica indicano l’appartenenza a un mondo altro rispetto alla realtà comune.

Il circo rivela quindi un mondo diverso da quello noto, una realtà di evasione dal quotidiano dominata da leggi speciali. Acrobati, contorsionisti, giocolieri, equilibristi, uomini forzuti, donne-scimmia e mangiafuoco esibiscono la bizzarria e l’anormalità per stupire lo spettatore. In altre parole, il circo è una sorta di esposizione di meraviglie viventi: è una Wunderkammer nella quale i pezzi della collezione sono esseri viventi speciali, la cui padronanza corporea è un mezzo per superare i limiti del quotidiano fisico e comunicare con il metafisico.

Col tempo, le discipline circensi (come del resto tutte le altre) hanno perso il loro contenuto spirituale, riducendosi a meri esercizi sportivi o ludici. Ma il ricordo di quelle lontane origini ha lasciato il segno, rivestendo il circo di un alone magico. Ed è proprio questa sua parentela con la magia, con il sacro, la simbologia cosmica, lo stupore e la meraviglia ad attrarre la mia attenzione. In particolare mi affascina la simbologia degli elementi circolari, presenti nell’acrobazia antica, che alludono alla ciclicità delle stagioni (nel micro) e delle ere cosmiche (nel macro). Tra l’altro, anche lo stesso tendone circolare del circo (dal latino “circus”, che significa “cerchio”) ha una forte connotazione simbolica: è un mandala, cioè un cerchio magico.

Nel 2016 ho realizzato due bacheche che hanno come protagoniste delle bamboline intente a far roteare intorno a sé delle sfere: si intitolano “La giocoliera” e “La giocoliera funambola”. In un recente collage (2019), invece, ho trasformato la donna di bastoni delle carte napoletane in una giocoliera funambula: è bastato replicare il bastone e assottigliare il piedistallo su cui poggia i piedi fino a farlo diventare una fune.

Collezioni di farfalle

Come gli acrobati del circo, anche le farfalle hanno la capacità di stupire, grazie alla varietà di colori e ai disegni caleidoscopici delle loro ali. Ecco perché le collezioni di farfalle sono elementi immancabili in una camera delle meraviglie. Ho creato la mia collezione ritagliando le illustrazioni da un vecchio libro sui lepidotteri: ho incollato il corpo sul polistirolo, l’ho infilzato con veri spilli, ho piegato le ali in modo da simularne la tridimensionalità e infine le ho catalogate, con etichette scritte a mano, secondo la vera nomenclatura scientifica. In questo modo ho creato non una collezione di farfalle, ma una collezione illusionistica di rappresentazioni di farfalle: una sorta di trompe-l’oeil oggettuale.

Milano

BackDoor43 (ovvero il bar più piccolo del mondo), Mag Cafè, Bond, Le Biciclette, Colibrì, Walden, Antichi Vizi, Bistrò96, East Market Shop e Lo Studio: sono i luoghi milanesi dove ho esposto le mie opere.

Passioni

Arte. Etimologie. Film italiani degli anni ‘60 con Tognazzi, Manfredi, Gassman, Sordi, Mastroianni e Monica Vitti. Film di Louis Bunuel e Jan Svankmajer. Libri di Borges, Guénon, Jodorowsky e Italo Calvino. Camminare sotto agli alberi. Mercatini dell’usato. Riviste di arredamento. Viaggi. Osservare e fotografare il cielo.

Contemplare

Amo molto l’etimologia di questa parola. Il verbo “contemplare” deriva dal latino “templum”, che in origine, prima di riferirsi all’edificio sacro, indicava la porzione circolare di cielo che il sacerdote etrusco (l’augure) descriveva in aria con un apposito bastone ricurvo in cima (il lituo) per osservarvi il volo degli uccelli e trarne il responso degli Dei. Il cerchio di cielo prescelto era quindi destinato alla divinazione tramite gli “auspicia”, ossia l’osservazione degli uccelli (da “avis”: uccello e “spicere”: osservare). Compito dell’augure era scorgervi le indicazioni provenienti dal mondo ultraterreno, per sapere se determinate decisioni prese dagli uomini incontrassero o meno l’approvazione divina. Per interpretare i segni, il sacerdote orientava e ripartiva il “templum” in spicchi (come il quadrante di un orologio) corrispondenti a regioni “fas” e “nefas” (gradite o sgradite agli dei) per poi osservare il comportamento degli uccelli nelle varie zone.

È stata proprio l’etimologia della parola “contemplare” a ispirarmi le bacheche intitolate “Templum” e “Templa”. Queste scatole presentano una o più aperture circolari o ellittiche che inquadrano un cielo azzurro con nuvole bianche tridimensionali attraversato da stormi di uccellini origami in miniatura (ottenuti da un foglio quadrato di due centimetri per due).

Quello che mi interessa di questa e di altre tecniche divinatorie dell’antichità è l’interpretazione fornitaci da Carl Gustav Jung attraverso il concetto di “sincronicità” (o “coincidenza significativa”), indispensabile per superare i pregiudizi occidentali moderni, che ci portano a sminuirle come attività insensate.

La divinazione infatti, attività religiosa privilegiata degli antichi, sottintende una visione del mondo basata sull’interdipendenza delle sue diverse parti e su una complessa unità di corrispondenze. Ciò che interessa in questa pratica è la configurazione creata dagli eventi accidentali al momento dell’osservazione (quanti uccelli entrano nel campo visivo in un dato momento, quale forma assume una manciata di legnetti gettati a terra): l’istante osservato è anche una totalità. Osservando una piccola porzione di realtà era possibile, per gli antichi, conoscere il mondo intero e dunque anche se stessi, la propria interiorità. Come ogni pratica divinatoria, gli auspici possono infatti diventare un metodo di esplorazione dell’inconscio.

Anche le “Nature morte contemplative”, come i “Templa”, presentano aperture circolari, che inquadrano composizioni di oggetti totalmente azzurri disposti su un piano inclinato, sospeso tra le nuvole, in un cielo dello stesso colore a volte attraversato da qualche uccellino origami.

Parole  

Delle parole mi interessano essenzialmente due aspetti.

Il primo è l’etimologia, di cui ti ho appena parlato, che ne rivela i significati originari, talvolta diversi da quelli acquisiti in epoca moderna. L’interesse per le etimologie si inserisce nel più ampio fascino che esercitano su di me gli archetipi, i miti, la dimensione arcaica, i principi dei concetti, cioè l’origine di ogni cosa.

Il secondo aspetto è il rapporto ambiguo e complesso che intrattengono con la realtà che definiscono e con le immagini. La relazione tra significante e significato è un argomento indagato sia dai filosofi che dagli artisti. Penso prima di tutto a Magritte e al suo celebre dipinto della pipa accompagnata dalla scritta “Ceci n’est pas une pipe”. In una mia bacheca del 2018, intitolata “D’après Magritte”, ho “tradotto” il quadro nel mio personale linguaggio tridimensionale, collocando nella scatola una vera pipa sullo sfondo di un tipico cielo azzurro magrittiano, attraversato da ciuffi di imbottitura per cuscini che simulano le nuvole bianche. Ho aggiunto alla composizione la scritta “Ceci n’est pas un ciel nuageux” (“Questo non è un cielo nuvoloso”). Se la pipa è una vera pipa, il cielo nuvoloso è invece una rappresentazione di un cielo nuvoloso.

“Il Re ha abboccato (Pescare una carta)”, del 2015, è una bacheca nella quale una carta del Re di cuori è infilzata da un amo: qualcuno l’ha pescata. Non si dice infatti “pescare una carta”? In quest’opera ho visualizzato un’espressione verbale. Allo stesso tempo, ho anche creato un rebus:  “amo” + “re”= “amore”. Il Re, non a caso di cuori, ha abboccato ad una trappola amorosa.

Le parole permettono di giocare.

 Miti 

Nelle mie bacheche si incontrano spesso micromondi immersi in una dimensione mitica. I personaggi che li popolano sono degli archetipi: Re, Regine e cavalieri delle carte, che si relazionano tra loro secondo le modalità opposte, anch’esse archetipiche, dell’amore e della guerra.

Un altro personaggio appartenente al mito che ricorre nelle mie opere è il teriantropo, figura molto diffusa nella mitologia classica e poi confluita con grande fortuna nei bestiari medievali.

Questo essere meraviglioso primordiale è una creatura ibrida metà umana e metà animale che fa la sua prima comparsa nelle più antiche pitture rupestri. Rappresenta probabilmente il legame inestricabile che da sempre unisce l’uomo alla sua natura animale e che oggi è andato perduto. Rievoco quell’antico legame nelle due bacheche “Wunderkammer postmoderna” e “Nella foresta (Alcentaura)”, oltre che in alcuni disegni.

What’s up 

Non ho internet sul cellulare e uso il telefono solo per telefonare e per scrivere sms. A differenza di molte persone che oggi sono afflitte da nomofobia, cioè la paura di essere disconnessi da internet,  io ho la paura opposta: quella di essere oppressa continuamente da un numero inverosimile di informazioni, più o meno utili, provenienti dalla rete e di dover perdere tempo a cancellarmi da gruppi di What’s up ai quali non mi sono mai iscritta.

 




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