Ritorna nuova l’arte del rottame del dottor Bricoleur BRAJO FUSO

Ritorna nuova l’arte del rottame del dottor Bricoleur BRAJO FUSO

La mostra Epifenomeni Cromomaterici alla Futurism &Co Art Gallery di Roma, riporta sotto le luci della ribalta uno dei più originali artisti del Secolo Breve: il perugino Brajo Fuso.

Eclettico e ondivago, antesignano del Trash, aveva cominciato da pittore impressionista nel secondo dopoguerra, poi ebbe una stagione di astrattismo segnata dall’uso anarchico del colore, per alcuni critici quasi precursore dell’action painting. Quaranta opere esposte tracciano l’arco della sua parabola creativa, compiutasi con prove d’autore che anticipano l’arte povera: quegli esercizi di contaminazione che sono le sue tavole polimateriche fatte di materiali umili e degradati; schegge di legno fradicio, spago sfibrato, lamine e cavi di ferro arrugginito, composizioni residuali di oggetti non più funzionanti che raccontano la loro propria disfunzione. Sulle valenze, anche simboliche, della pluralità dei materiali che si rinvengono nell’opera di Brajo, un artista che, come diceva Giulio Argan, era molto bravo a trasformare le sollecitazioni del suo ambiente in opere di grande creatività, si fonda oggettivamente, il successo di pubblico e stampa, riscosso da questa retrospettiva.

I curatori Giancarlo Carpi, Massimo Duranti e Andrea Baffoni, per meglio ricostruire le fasi e le modalità del suo apporto alla temperie culturale di quel periodo di grande fermento intellettuale, hanno opportunamente accostato alla monografia, lavori di Burri, Fontana, Masson, Prampolini, Rotella, Scarpitta, restituendo al geniale artista umbro il posto che gli spetta nell’empireo dell’arte contemporanea italiana.

Il suo destino di artista d’avanguardia era già scritto nel nome che gli venne imposto: Brajo con la Jey quasi a dare un tocco cosmopolita alla scelta abbastanza futurista ante litteram di chiamarlo con l’abbreviazione del mese in cui era nato. Sotto il segno dell’acquario, che in astrologia è considerato il segno degli artisti e degli inventori e conta molti autori di fama nei vari campi dell’arte: pittura e musica, teatro, cinema e altri mestieri che richiedono talento, fantasia e intuizione. Alla propria congiuntura astrale Brajo deve sicuramente la tendenza a sperimentare tecniche, a scandagliare profondità del pensiero mai raggiunte con l’istinto del rabdomante, che si cala nelle profondità della terra in cerca di sorgenti e invece scopre la vena di minerale e gli va bene lo stesso, perché la possibilità di trovare inedite forme d’espressione, o anche solo varianti lessicali, vale il rischio della sfida.

Dalla sua professione di medico dentista ha ricavato una manualità efficace e precisa, la qualità di saper bilanciare delicatezza e forza, la sensibilità nel ricreare simulacri di funzionalità, anche con una estetica nuova. Piccole cavità di materia organica ma dura erano il suo crogiuolo, da riempire di metallo anch’esso duro in origine, che lui scioglieva, modellava e poi ritemprava. Lavori da bioingegnere, da meccanico della fisiologia, operando su quello che trovava, a volte per caso. Sempre determinato a salvare il salvabile, per fondare la sua ricostruzione, gettare ponti su vuoti mandibolari, rinsaldare rocche molari, smussare palizzate d’avorio scheggiate. Costretto a volte dalla devastazione a creare posticci, si specializzò nell’implantologia endo-ossea, di cui fu precursore.

Sviluppò la preziosa capacità di abbinare l’ingegno dell’operaio che ripara, (e i ferri chirurgici spesso ricordano, in versione più piccola e sottile gli utensili di un operaio), al senso formale dell’artigiano, teso alla resa estetica, però sempre subordinata alla funzionalità. Un po’come accade per il designer, dal quale ci si aspetta progettualità innovativa dell’oggetto ai limiti dell’avanguardia: sia per quanto attiene alla forma, sia per la qualità e l’affidabilità in sicurezza, di prestazioni basilari dello stesso e delle loro nuove applicazioni migliorative.

E infatti Brajo Fuso fu anche designer e non solo per aver inventato il così detto “Riunito”, mobile sanitario sedia del dentista, ancora in uso quasi un secolo dopo, nelle attuali versioni hi –tech. Fu architetto museale, fu architetto di giardini, e fece anche le due cose insieme, fu scultore e ceramista, disegnatore di servizi da tavola e di altri componenti d’arredamento, in ogni caso non solo inventore di nuove forme. Piuttosto celebrava la sopravvenuta disfunzionalità dell’oggetto, del meccanismo che recuperava, valorizzava la sua condanna perenne al destino di rottame, ad esso concedeva un moto di riscatto dalla tabe del consumismo, assegnandogli un ruolo in quella piccola quinta teatrale della sua opera, che invece di denigrare la civiltà della macchina la romanticizzava, proclamando che il residuo poteva ancora significare qualcosa, pur nella fase di obsolescenza o quando oramai inefficiente.

L’esperienza della guerra vissuta due volte, da ragazzo ed in età matura, in maniera così tanto differente:da volontario (ma forse non interventista) d’assalto nella prima vittoriosa; da medico in grigioverde, disincantato, dedito a salvare vite umane nell’ultima, in Albania, chiusa subendo una grave ferita, ad aggiungere sofferenza fisica a quella morale.

La vita con la sua generazione, cresciuta in quel sistema economico che tra capitalismo e socialismo tricolore praticava l’autarchia. Epoca in Italia di studi, ricerche e sperimentazioni, nell’arte come in fabbrica, alla costante ricerca di energie, materie e tecnologie e forme d’espressione alternative. Parole d’ordine: recupero, riciclo e risparmio. In quella temperie alcuni importanti artisti del nostro secondo Novecento scoprirono la loro vocazione nelle angustie e nelle prevaricazioni dei campi di prigionia anglo-americani, come Burri (corregionale e amico di Fuso) e lo scrittore Giuseppe Berto. Per Brajo fu la lunga inattività dovuta ai postumi della ferita di guerra e la vicinanza della moglie Elisabetta Rampielli, ad avvicinarlo alla pittura dopo le interessanti prove da poeta fornite negli anni Trenta. La consorte valente pittrice, animatrice di salotti culturali di alto livello, ebbe il merito di introdurlo in un giro di critici e artisti che funsero da potente acceleratore per la sua ispirazione. Dopo una fase di approccio piuttosto ingenua limitata al figurativo, Fuso si dedicò alla sperimentazione, utilizzando materiali poveri recuperati e da lui “ripensati”come membra di nuovi corpi. Alimentava la sua creatività semplicemente guardandosi intorno. Attingendo ai rapporti dialettici che intratteneva con i maggiori intellettuali italiani dell’epoca, ma senza mai perdere il contatto visivo e fisico con quel nuovo, crescente fenomeno della realtà che era la continua produzione di “parti” inservibili di corpi meccanici grippati, frammenti di oggetti a perdere distrutti, cascami di imbottiture, isolanti, fono assorbenti, termo resistenti. E tutte queste materie ormai degradate e sporche, ferro arrugginito, cemento sgretolato, plastiche fuse e vetro scheggiato, maneggiava e assemblava e con talento demiurgico dotava di nuova identità.

Ed in questa epica del marginalizzato da recuperare, del respinto fuori dal proprio mondo di funzioni per sopraggiunta obsolescenza tecnica o per logoramento, anche se riferita a manufatti di fabbrica, si preannuncia una rappresentazione puntuale delle difficoltà che ambiente e genere umano avrebbero trovato nell’assorbire le scorie della compulsiva produttività, dell’iper industrializzazione e della demonia dell’economia che tiranneggiavano il XX secolo e, dell’affermarsi del concetto di esclusione di tutti e di tutto quello che non girava più alla velocità del demone tecnocratico. Da questi concetti scaturisce la piccola-grande cosmogonia di Brajo Fuso quell’universo fantastico da lui creato alle falde della collina Montemalbe, nei pressi di Perugia, un Parco Museo Atelier Galleria e “buen retiro” dove creava le sue opere d’arte, dove poteva sentirsi sempre in simbiosi con la natura incontaminata della “sua” terra umbra.

Costruito, diceva: per tenere insieme le sue creazioni, come un padre che lascia una dimora ai propri figli. Ma il Fuseum appare ben più di una bella villa, a chi lo visita, restituisce l’impressione di un paesello, dove ogni angolo si presta al ripiegamento interiore: c’è il luogo di meditazione, quello di lettura, quello per riflettere, con in sottofondo la colonna sonora del paesaggio intorno.

Tra le oltre cento opere che vi sono raccolte, spicca per creatività lo Zoo con tutti gli animali realizzati con materiali di recupero. Merita massima attenzione anche la “pinacoteca” in cui sta esposta la pittura anni Cinquanta di Brajo, quando senza saperlo praticava per primo la tecnica del Dripping, la cui primogenitura fu poi attribuita all’artista statunitense Pollok.

 

BRAJO FUSO – Epifenomeni cromomaterici

A cura di Giancarlo Carpi e Andrea Baffoni dall’11 ottobre 2018 all’11 gennaio 2019

Futurism&Co Art Gallery Roma, via Mario de’ Fiori 68, Roma Tel 066797382

www.futurismandco.com